Quando inizi a fare birra in casa, inutile negarlo, tutto sembra buono e i giudizi espressi dai nostri più cari amici, quelli che fino ad un attimo prima erano intenti a bere un lagerone industriale al bar o a postare foto di bottiglie trasparenti con annessa fettina di limone in riva al mare, di certo non aiutano a migliorare.
E’ perciò opportuno fare una riflessione sul senso critico adottato verso le proprie produzioni quando il semplice entusiasmo per aver fermentato una melma scaldata diventa qualcosa di più profondo. Naturalmente a meno di possedere un particolare talento, un naso fenomenale, come tutte le cose occorre metterci un pò di impegno e magari approfondire qualche aspetto.

Anche nel mio caso il crescere della passione, l’aumentare dei litri prodotti e il gusto preso nel partecipare ai concorsi hanno inevitabilmente imposto una più meticolosa valutazione di quello che usciva dai fermentatori. Ebbi la fortuna di riuscire ad intercettare un primo corso di degustazione nel 2016, ma purtroppo di quell’esperienza, di cui ho davvero un bel ricordo in termini di organizzazione (slow food) e docenti, mi restò poco intento com’ero più a bere cose nuove che a degustare. Tanto è vero che le mie prime autovalutazioni cozzavano pesantemente con le schede di degustazione che tornavano dai concorsi.
Step 1: l’approccio autodidatta e il kit sui difetti
Nuovi corsi in zona, che permettessero di conciliare decentemente ulteriori ore da dedicare all’hobby con le esigenze personali, continuavo a non trovarne e così ho iniziato ad approcciare la degustazione da autodidatta. Il miei tutor divennero le riviste di settore: selezionavo un pò di birre “provate per noi“, le cercavo sugli store virtuali e tiravo giù una scheda confrontandola con la recensione.

In questo modo da un lato sono riuscito a catalogare i primi macro-sentori, dall’altro però mancavano i difetti che, curiosamente, non erano mai presenti!
Ho approcciato così il lato sgradevole della bevuta con l’aiuto di un kit specifico reperito on-line. Individuai quello Aroxa: 10 capsule per 10 off-flavour diversi qualcuno più semplice da individuare, qualcun altro un pò meno anche perchè all’epoca un paio avevano dei colori molto simili (quello in foto è ben diverso e molto meglio costruito da un punto di vista cromatico). L’esperienza ha favorito l’apprendimento dei principali difetti e così i sapori indesiderati delle mie produzioni iniziarono ad avere un nome, ma soprattutto una causa (che è quella che conta conoscere).

Sentivo però che continuava a mancarmi qualcosa perché, sebbene fossi diventato più o meno capace di capire se mandare o meno una birra ad un concorso, le mie valutazioni peccavano sempre di qualcosa rispetto alle schede. Quello che latitava era semplicemente il metodo.
Step 2: I corsi di degustazione (on-line)
Fortunatamente il recente brutto periodo passato ha lasciato qualcosa di buono e se fino a qualche tempo fa i percorsi di avvicinamento alla degustazione erano organizzati solo ed esclusivamente in presenza (ed in centri discretamente abitati), lo stato di necessità ha favorito lo spostamento delle aule dalle location fisiche a quelle virtuali.
In principio sono stati i corsi di produzione, poi l’asticella si è alzata andando anche su quelli di degustazione. Se i primi forse sono più facili da gestire e da seguire essendo “meno necessaria” l’interazione costante tra docente e discente, sui secondi il limite dell’alula fisica aveva sempre rappresentato per me un motivo di forte perplessità.
Avendo però provato con soddisfazione un corso di produzione di secondo livello, ho deciso di rischiare e mi sono iscritto ad un corso on-line: alla peggio avrei bevuto cose che mai probabilmente avrei comprato! In giro non è che ci sia tanta scelta, e così una breve visita al profilo dei docenti e degli argomenti trattati mi mi ha spinto a scegliere quello organizzato da Cronache di birra.
Pro e contro
A conclusione del percorso devo dire di essere davvero molto soddisfatto.
Il corso è strutturato in 7 lezioni che dopo una prima introduzione generale dedica lezioni specifiche ai principali ambiti della scena birraia internazionale: il Belgio, la Germania, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Molto interessanti la lezione sulle materie e sui i processi (strutturata chiaramente in maniera “alta” perchè il corso non è di homebrewing) e ancor di più quella sulla comunicazione, il marketing e la birra artigianale in Italia (non fa mai male allargare i propri orizzonti conoscitivi!).
Durante ogni lezione vengono state degustate 3 birre diverse. Al netto di un paio di bottiglie “sfigate” stappate da altri corsisti (alla fine un birraio è solo un homebrewer con l’impianto più grande!!!) e della mia weiss che in frigo ha fatto praticamente il cold crash risultando limpida, la modalità on-line che era il mio dubbio principale non è stata poi così male. Anzi è stato il maggior vantaggio.
Il metodo si apprende anche a distanza con buoni docenti (stargli accanto non porta alcun valore aggiunto) e lo stesso dicasi per qualche “Tips & triks” (imparare a resettare il naso o a sfruttare il retrolfatto non richiede tenere la mano del tutor!).
Aggiungo poi su tutto la comodità di rivedere e ripassare la lezione in un secondo momento. Nel mio caso ho dovuto saltare la lezione sull’Inghilterra e ho preferito non seguire la lezione sul Belgio (perchè era un vero peccato lasciare a metà quelle bottiglie!). Le ho riviste con calma dedicando 20 minuti post cena ad ogni birra degustata per godermi le bottiglie in santa pace (molto meglio che vedere un film o una serie tv!).
Purtroppo manca l’elemento “sociale”: magari al pub si può “fare serata”, si può condividere la passione oltre le lezioni e magari pure qualche cotta se presenti homebrewers, ma tant’è… se manca il pub…
Disclaimer
Tante cose belle però attenzione: dal seguire e completare un percorso del genere a ritenersi idoneo a sedersi ai tavoli di un concorso passa un abisso, quindi calma.
Il corso (questo, ma immagino anche eventuali altri) innanzitutto trasferisce un metodo. Insegna ad esempio le condizioni ideali della sessione di degustazione (possono sembrare scontate, ma quando te le raccontano capisci che spesso non lo sono state) o come “settare la mente” alla ricerca dei flavours partendo dal colore della birra o dalla conoscenza degli elementi base dell’area birraia di provenienza (non dello stile).
La profondità delle percezioni (agrumato – arancia/pompelmo/mandarino), come nell’esempio fatto da una docente con le matrioske, dipende poi da attitudini personali ed è direttamente proporzionata alla profondità del proprio database sensoriale. Quest’ultimo va continuamente alimentato/allenato con nuovi record da registrare non solamente bevendo (“bisogna diventare annusatori seriali” ripeteva un docente).
Il corso poi non trasferisce il concetto di “attinenza allo stile” non entrando (e del resto come potrebbe!) nello specifico del bjcp. Quello devi studiartelo da solo, ma questa è come detto è tutta un’altra storia. Io personalmente prima della lezione segnavo sulla scheda che avrei usato gli elementi principali dello stile allenandomi così a coglierne la centratura a degustazione finita.
Non si parla infine dei difetti (affrontati nel secondo livello), ma come detto il corso è un primo passo, un modo per avvicinarsi ad un diverso e più consapevole modo di bere.
Ad ogni buon conto, indipendentemente dalla passione per l’Homebrewing, se stavate valutando la partecipazione ad un corso del genere, spero che questo post abbia aiutato a dirimere qualche dubbio. Iniziare a bere meglio è davvero una bella esperienza, iniziare ad valutare più compiutamente le nostre produzioni è altrettanto utile.
