Sebbene visivamente comportino solo piccole sfumature (di colore), di fatto pochi ebc possono trasformarsi in spostamenti macroscopici da uno stile all’altro se si considerano gli impatti complessivi sulla birra.

E’ successo questo al mio ultimo batch di California Common una birra che, alla luce delle modalità con cui avevo condotto la precedente cotta, ho pensato bene di chiamare “I’ve never been in California” a dispetto pure del viaggio fatto (ancora da astemio) ormai diversi anni fa.

La prima produzione e la prima scheda le ho raccontate qui. Una cotta “alla cieca” che uscì da un concorso con un sufficiente 34,5 medio (frutto di un 37 generoso e di un “severo” 32).

Nulla di che meravigliarsi. La birra era stata fatta “ad intuito” e la mia impressione (mi sembrava una bitter venuta bene) venne confermata dai rilievi mossi sulla scheda ricevuta che evidenziavano carenze non irrilevanti su alcune caratteristiche proprie dello stile (la luppolatura in particolare).

Il post allora si concludeva con la voglia di riprovarci subito (sempre alla cieca), tuttavia l’uscita del nuovo lotto di Bear Away di East Side mi hanno permesso di rimettere mano ai pentoloni, con approccio diverso.

La bear Away di East Side

Come ormai sappiamo bene, ci sono degli stili poco battuti dai birrifici cosa che crea non pochi “problemi” a noi poveri homebrewers desiderosi di cimentarci con essi. La California Common è uno di questi. Inevitabile quindi che, senza perdere nemmeno un attimo, subito dopo aver letto sulla pagina FB di East Side il post che annunciava l’uscita del nuovo lotto, abbia fatto l’ordine al birrificio “allungandolo” con un altro paio di bevute.

La birra si presenta limpida, con un bel cappello di schiuma discretamente persistente e di un bell’ambrato carico. Il colore sembrava meno intenso in un post che avevo visto in precedenza sulla pagina facebook del birrificio e la cosa mi aveva indotto nella precedente cotta ad inserire un crystal carico di ebc all’interno del grist in luogo dell’amber.

Al naso è subito evidente la nota resinosa/balsamica del luppolo della cui assenza parlava la scheda di valutazione ricevuta sulla mia produzione al precedente concorso (se avessi provato alla cieca avrei pensato subito ad una APA).

L’amaro al gusto quasi copre i sentori caramellati che però arrivano dopo la botta luppolata a compensare il tutto. Nella scheda descrittiva presente sul sito di East side sono dichiarati 24 IBU. A dire il vero mi sembrano un po’ pochini considerato che a quel livello dovremmo essere addirittura nel mezzo del range di amaro (o dolce?) di una Irish Red Ale, mentre a me sembra di trovarmi almeno a livello di una bitter (boh!). Il corpo è medio, la carbonazione media più bassa rispetto a quanto scrive il bjcp, ma chi ha ascoltato la puntata di mashout! sa che è volutamente inferiore per motivi “commerciali”.

Nulla da dire. Bevuta veramente piacevole. Capisco però anche quando raccontano di questa birra come una produzione “di nicchia” e perciò difficile da vendere.

Peccato sia bastato avvicinare appena il naso al bicchiere per capire subito quanto fosse lontana dalla mia prima produzione e quanto fosse stato probabilmente generoso uno dei due giudizi ricevuti al precedente concorso.

Ricetta

Versione 2.0Versione 1.0
maris otter 78%maris otter 88%
monaco 13%crystal 150 12%
caraamber 9%
northen brewer 60′ 30 ibu
northen brewer 15′ 0.8 gr/l
northen brewer 0′ 1,6 gr/l
northen brewer 60′ 27 ibu
northen brewer 15′ 0.7 gr/l
northen brewer 0 ‘ 0.9 gr/l
lievito w34/70 33 gr da 16° a 18°lievito w34/70 33 gr da 18° a 20°

Rispetto alla precedente cotta via innanzitutto il crystal a favore del caraamber, monaco a sostenere la parte maltata (grist preso stavolta da east side).

Vado deciso sulla luppolatura soprattutto in aroma, punto debole della vecchia ricetta. Ho ripreso per l’occasione anche Ray Daniels e l’ormai impolverato “Progettare grandi birre” che, per chi come me se ne fosse dimenticato, dedica allo stile un capitolo intero. 35 IBU complessivi.

Lievito w34/70. Inoculate 2 bustine a 16 gradi portati fino a 18°. Ero tentato dal provare il California Lager, ma non conoscendo il lievito e temendo i “piantoni” tipici dei mangrove ho preferito andare sul sicuro. Rispetto alla precedente cotta abbasso di un paio di gradi la T di fermentazione.

Sorvolo la giornata di produzione perché non c’è nulla di eclatante da ricordare al netto delle maggiori perdite finali causate dall’utilizzo dei luppoli in coni anziché in pellet (a me sembrano profumare di più che posso farci!) e passo direttamente alla prova.

Segnalo che probabilmente per via dell’apporto dei luppoli la birra in fase di fermentazione (durante i soliti “assaggi/test”) si presentava parecchio sbilanciata sull’amaro, cosa che mi stava preoccupando abbastanza. Nel giro di qualche settimana tuttavia l’allarme è rientrato e l’amaro aroma si sono smorzati piacevolmente.

Assaggio

L’impressione che ho avuto da subito è stata quella di non aver pienamente centrato lo stile almeno dal punto di vista dell’aspetto.

Come avevo già scritto in un post sulla pagina FB la birra risultava abbastanza al di sotto del “medium Amber” di cui parla il bjcp e comunque (anche ad occhio) ben più chiara della produzione di East Side.

Se però da un lato il colore non era centrato (avrei detto limite basso dello stile perché mi voglio bene) ben quadrata mi risultava la luppolatura che al contrario mi ricordava molto di più la bevuta presa a riferimento. Di fatto però il “limite basso dello stile” mi aveva dato l’impressione di aver avuto ripercussioni anche nel bilanciamento generale in quanto la parte maltata/caramellata non supportava sufficientemente la luppolatura come nella bear away. Per farla breve mi è tornata alla mente la prima impressione che avevo avuto quando infilai il naso nella birra di Landolfi: una APA.

Sotto il FOTOCONFRONTO.

Ho chiesto di questa cotta un ulteriore parere al sempre disponibile Frank.

Il giudizio che mi ha mandato ha di fatto confermato con maggiore dovizia di dettagli la mia impressione. In sintesi mi ha descritto una buona birra che però sembra più una IPA/APA: “pulita, bella amara, un bel corpo, una bella luppolatura resinosa/agrumata, ma che manca della parte caramellata tipica della California. E’ presente una leggera astringenza, ma si beve bene. Buona birra centrata nella luppolatura, ma non nell’aspetto“.

Sotto la scheda (in inglese e ricca di dettagli in modalità esame bjcp).

Il giudizio porta comunque un progresso di 3 punti rispetto alla precedente valutazione (quella severa di cui parlavo prima che era sempre di Frank): il punto di caduta a quanto pare starà nell’affiancare al grist della prima cotta (magari con un Crystal meno carico) la luppolatura della seconda.

Seguiranno di sicuro aggiornamenti.

Intanto volendo abbiamo a disposizione una buona ricetta da cui partire per produrre una APA.

PS: la birra chiaramente, a distanza di qualche settimana dall’assaggio di Frank, è stata mandata anche al tavolo di brewer goes to USA. La birra spedita tuttavia ha avuto qualche problema. Una è arrivata rotta a destinazione (cosa che già depone male visto che mica può essere sempre colpa del corriere!) e le due superstiti hanno avuto evidenza di problemi molto più rilevanti di quelli segnalati sopra. Per farla facile in entrambe le schede si presentava ambrata (prima era “deep gold”) segno che forse qualche problema di ossidazione e tutto ciò che ne segue era venuto fuori.

Cheerrrssss! un abbraccio ai lavoratori di Anchor.

se ti piace condividi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *