Siano maledette le zone di comfort.
Ore ed ore di formazione sulla produttività gentilmente offerte dal datore di lavoro evidentemente sono servite a poco. Mi riferisco in particolare a quelle che parlavano e mettevano in guardia dalla così detta “zona di comfort”.
Senza andare troppo sul professionale, ma semplicemente su Wikipedia, la comfort zone (in inglese sembra più solenne!)
è uno stato psicologico nel quale un individuo si sente perfettamente a suo agio ed è consapevole di avere tutto sotto il proprio controllo, sperimentando bassissimi livelli di ansia e stress; nella “zona di comfort”, i comportamenti e le prestazioni di un individuo divengono costanti.
Questa situazione è letale evidentemente tanto nel lavoro, quanto a livello hobbistico soprattutto quando sei un Hombrewer e come me hai un pessimo rapporto con il fai da te!
Ho già raccontato di quanto abbia dovuto penare prima di passare all’elettrico (ho aspettato di trovare tutto pre-assemblato ed attaccare solo la spina nella presa della corrente per capirci), quest’anno tuttavia sono riuscito a trovare lo stimolo giusto per farmi coraggio ed affrontare un pò di quelle scuse mascherate da perplessità che da tempo mi “costringevano a restare ingabbiato nei soliti schemi”.
Serviva però un buon motivo
L’anno solare brassicolo è iniziato male con due cotte buttate a causa di un’infezione nascosta evidentemente da qualche tempo nei fermentatori in plastica.
I tradizionali secchi non mi sono mai piaciuti più di tanto, giocoforza però li avevo ripresi quando ho ridotto il volume dei batch. Doveva essere una soluzione temporanea in attesa di comprarne dei nuovi in inox, tuttavia ho sempre rimandato la spesa perchè semplicemente hanno un piccolissimo problema: “costano un botto”.
E così, dopo averne persi 2 sul mercatino e dopo aver perso anche il treno del Black Friday di Mr Malt, questo natale ho iniziato ad aggiornare la cantina comprando il primo da 13 litri (per i miei ritmi ne servirebbero però almeno 3!).
L’infezione tuttavia ha stravolto i piani e, scartata immediatamente la possibilità di un nuovo salasso a favore di Brewtech e Mr Malt, restava una sola possibilità per non fermare le produzioni: farmi coraggio e passare alle fermentazioni nei keg rimettendo in opera i 5 fusti da 19 litri fermi ormai da un pezzo.
A dire il vero l’idea di utilizzarli per questo scopo mi ronzava in testa già da molto tempo, ma le cose che temevo di mi avrebbero creato problemi difficili da gestire erano essenzialmente due:
- il controllo delle temperature;
- la sfera col galleggiante.
Se però sul primo punto quelli bravi a fare birra, test alla mano, hanno più volte confermato scarti di temperature “accettabili” tra liquido interno e parete esterna del keg, sul secondo la sfera galleggiante che rischia di “non pescare più” mi sembrava richiedere maggiori attenzioni ed essere portatrice sana di rischi operativi più difficili da affrontare.
E così dopo aver letto il post riepilogativo di Brewing Bad (tempismo di pubblicazione perfetto!) e dopo essermi fatto rassicurare al telefono anche dal buon Lucio di Homebrewing Diary, ho comprato tutto il necessario per adattare 3 keg e con il pacco arrivato a casa ho subito modificato i fusti e condotto le prime prove di trasferimento con acqua. Risultato: PERFETTO, trasferito tutto senza problemi anche senza il “dado agganciato alla fine del tubo di pescaggio” (che non saprei dove prendere se non in ferramenta).
Mi è bastato poi comprare su Amazon un’altra fascia riscaldante ed un altro inkbird e con la modica cifra di 80 euro circa sono tornato pienamente operativo con ben TRE nuovi fermentatori.
Ma vediamo come è andata.

Avendo buttato tutto quello che avevo in fermentazione (ho perso pure la produzione destinata a lost & found) ed essendo rimasto praticamente a secco, ho subito riprogrammato 3 cotte approfittando delle basse temperature esterne che mi avrebbero consentito di gestire anche un keg fuori dal frigo a temperature ragionevoli per ale.
Ed è subito Tips & triks…
L’acciaio è davvero un buon collaboratore ai fini del raffreddamento. Ho tenuto il keg nel frigo durante la cotta così da averlo pronto con le pareti belle ghiacciate quando il mosto in uscita dal controflusso a 25 gradi circa avrebbe necessitato di un ulteriore abbattimento di temperatura prima dell’inoculo. Come previsto questo accorgimento, unito alla maggiore capacità di conduzione, mi ha permesso di portare tutto a 16 gradi in appena un paio di ore; un paio di ore in più sono servite per arrivare ai 12 gradi di una bassa (se bassa può ancora definirsi una cotta col novalager!).
Non raffreddando con la serpentina ho un problema con il trasferimento del mosto nel keg in quanto l’uscita del controflusso (che lavora “a caduta”) è troppo bassa rispetto alla bocca del keg. Mi tocca pertanto tenere pericolosamente inclinato il fusto… Roba da brividi.
Ad avvio fermentazione utilizzo chiaramente il blow off che mi consente di non pensare più ai seguenti problemi:
- il gorgogliatore che resta senza liquido a chiusura di una tumultuosa troppo vivace;
- il risucchio di quella schifezza (si, ora posso dirlo!) composta da acqua + starsan + ossigeno che fa il percorso inverso ogni qual volta fai le misurazioni (aka “assaggi”) o peggio quando vai in raffreddamento (Frank ha sempre ragione!!!).

Il sistema per tenere la sonda è ancora un pò rudimentale e soprattutto poco fotogenico, ma fa il suo dovere. Ad oggi non ho effettuato il test comparativo dentro/fuori, ma mi fido degli altri.
Avevo gia il rubinetto (comprato in passato per chissà cosa) quindi ho continuato imperterrito a darci dentro coi “cicchetti” durante la fermentazione.
Per il cold crash ho usato il metodo Antonelli. Stacco il blow off, sparo un po’ di co2 per evitare prudenzialmente pericolosi “sbalzi di pressione negativi” interni e abbatto a 2/3 gradi.
Pur potendo a questo punto carbonare con la spundig (pure questa comprata per chissà cosa e poi inutilizzata) cosa che non escludo di fare (a risparmio di costi) per produzioni che non destinerò a concorsi (ah si?!?! quali!?!), preferisco carbonare in un keg più piccolo. Serve perciò un travaso. Anche qui utilizzo il metodo Brewing Bad: keg da 9 litri riempito di acqua svuotato con co2 e successivo trasferimento (pesato) sempre a spinta di anidride carbonica.
Lo so… in foto c’è la classica bilancia “da casa”, ma l’ordine di quella digitale è andato lungo e la prima volta mi sono dovuto arrangiare. Pare comunque che un chilo sia uguale su entrambe..


Non escluderei a questo punto la possibilità di aumentare il batch e dividere le cotte in due fustini uno da 9 e uno da 5 litri e rifermentare uno dei due con metodo “tradizionale” o addirittura provare lieviti diversi su stesso grist.
Conclusioni
Dovrei fare a questo punto l’elenco dei pro e dei contro del sistema, ma sarebbe ridondante e non aggiungerei nulla a quanto già detto da chi ha percorso la strada prima di me.
Da un punto di vista organolettico è troppo presto per dire se le produzioni abbiano o meno beneficiato di minori effetti indesiderati dovuti all’ossidazione: tre sole cotte sono ancora numericamente poche per esprimermi, potrebbe essermi andata anche di culo e mancherebbe ancora un giudizio “certificato”! Avrei bisogno, tra l’altro, di conservare la birra più a lungo di quanto in realtà riesca a fare. Proverò a tenere da parte un paio di bottiglie per cotta, ma di certo, anche solo valutando la cosa empiricamente, durante tutto il processo produttivo la birra non è mai entrata in contatto con l’ossigeno se non quando è uscita dallo spillatore.
Al netto però dell’esame gustativo, quello che contava di più condividere era quanto PRATICAMENTE fosse complicato cambiare gli strumenti di lavoro.
Da questo punto di vista posso tranquillamente affermare quanto segue:
- per la prima volta nella mia storia da homebrewer HO RISPARMIATO UN BOTTO DI DENARI rispetto all’acquisto di nuove attrezzature;
- ho condotto tutta la fermentazione praticamente al riparo dall’ossigeno visto che anche il travaso nel keg per la carbonazione è avvenuto in ambiente “protetto”;
- non è per nulla complicato adattare i keg e lavorarci in fermentazione (meno di quanto dica Lucio nel suo video 😉 !!!).
Posso dirmi pertanto pienamente soddisfatto della soluzione ragion per cui consiglio vivamente a tutti di farci un pensierino.
Se ci sono riuscito io può farcela chiunque.
PS: ho messo intanto in vendita il fermentatore ss brewtech da 13 litri comprato a Natale, ma nessuno lo vuole. Sta a vedere che ero l’unico che ancora non usava i keg!
