Se mai avrete voglia di leggere tutti gli articoli sulle produzioni inglesi che ho fatto, o se mai l’aveste già fatto, capirete (o avrete capito) che produrre una buona bitter con l’us05 (qui il racconto) è stata si una soddisfazione enorme, ma nascondeva tra le righe un certo non so che di ripiego.
Per cosa?
Se non l’avete capito ve lo dico io: non sono mai riuscito a replicare il profilo aromatico che trovai nella prima bitter che bevvi: esteri lievi, ma soprattutto sentori di legno e più di tutto una delicata vaniglia.
Prima di quella produzione dopo aver letto e riletto tutto quanto scritto da altri sui lieviti inglesi avevo compreso che probabilmente il profilo ricercato me l’avrebbero potuto dare o il London Ale o in alternativa lo Scottish ale. Peccato però si trattasse in entrambi i casi di lieviti liquidi, prodotti coi quali non ho mai avuto (e forse non ho mai voluto più di tanto avere) un buon rapporto.
Alla ricerca di quei sentori perduti
Col tempo ho imparato così ad apprezzare i soli leggeri esteri fruttati dati dalle varianti secche che comunque male non stanno nelle birre inglesi se ben dosati e inquadrati nell’equilibrio generale della ricetta: col London della lallemand, ad esempio, avevo instaurato un ottimo rapporto ed è stato un affidabile compagno di cotte fino al giorno in cui è scomparso improvvisamente dagli scaffali degli store on line costringendomi a rivedere tutte le ricette.
Appurato che non sarebbe stato rimpiazzato da nulla, inevitabilmente ripiegai sull’LN di bioenologia: un quasi liquido derivante proprio dal london ale che, seppur capace di regalarmi soddisfazioni (qui il racconto), non mi ha mai dato pienamente le sensazioni che cercavo.
Arriviamo così all’inizio di questa nuova storia e più precisamente all’inizio della stagione brassicola 24-25. Tra le varie cotte che decido di programmare col primo ordine torna a fare capolinea una delle mie “fisse”: la MAI (non mia) famosa mild fuori stile fatta con 100% malto mild. Una di quelle birre che mi concedo senza pretese per il solo gusto di bere qualcosa per il puro piacere di farlo.
Si ripropone perciò il problema del lievito… Scartato l’Ln3 di Bioenologia perchè sarebbe stato necessario fare un ordine separato che non avevo la minima voglia di approntare, quando ormai avevo già nel carrello il windsor, decido di azzardare e provare un secco cui mai avevo dato la minima attenzione fino a quel momento:
L’Heritage English ale di Pinnacle.
L’abito a quanto pare davvero non fa il monaco
Il motivo? senza la minima vergogna confesso che la banalità della confezione era tale che immaginavo altrettanta banalità nel risultato. Considerato però che in fondo si trattava di realizzare una birra comunque fuori stile e finalizzata a smaltire quel pò di challenger che ancora avevo in dispensa, il rischio di potermi trovare con l’ennesima birra da lavandinare senza troppi dispiaceri, mi ha spinto a provarlo.
La scheda descrittiva dell’heritage english ale parla poi di un prodotto capace di produrre “birre corpose, leggermente fruttate con un finale pulito e leggermente dolce che consente al carattere del malto e del luppolo di risaltare”. Era poi dichiarato “particolarmente versatile per gli stili inglesi ben bilanciati: Bitter, Mild, ESB, Brown Ale, IPA di medio corpo, etc.”. Infine la buona flocculazione promessa avrebbe garantito birre “luminose” cosa che non mi è mai dispiaciuta.

E dunque con l’ordine arrivato, fatte le “cotte principali” metto in produzione anche questa birra.
La ricetta è sempre quella vista nell’altra mild: 100% malto mild e un tocco di challenger (11 ibu a 60′ e 0.5g/l a 15′). Sorvolo pure la cotta perchè non c’è nulla da raccontare e vengo direttamente al punto.
Heritage English ale
Ho inoculato due bustine quasi intere. Sebbene il calcolatore di brewfather suggerisse 16 gr per il litraggio e l’og prodotti, non sono stato a guardare il grammo e sono andato “ad occhio”.
Temperatura di inoculo 18°. La fermentazione è partita con una discreta forza. Dopo 24 ore dalle prime bollicine ho portato il termometro prima a 19 e poi, passate ulteriori 48 ore quando le bollicine si erano quasi del tutto fermate, ho proceduto al consueto rimontaggio del lievito shakerando per bene il keg e aumentando fino a 20 gradi per non perdere quella “best practice” che ormai ho capito funziona sempre con i lieviti inglesi.
La prima misurazione dell’og a distanza di 7 gg faceva registrare oltre ad un buon 1.010 (partenza da 1.038.) una bellissima sorpresa: evidentissime note di vaniglia e ancor più di legno. Evidenti al punto di essere quasi fuori luogo. A distanza di ulteriori 7 giorni con la fg arrivata a 1.008 quei composti erano fortunatamente in buona parte riassorbiti e arrivati ad un livello che, sebbene ancora un filo eccessivi, erano molto meno predominanti. Ho chiuso la fermentazione la terza settimana con fg stabile a 1.008.
Buona la flocculazione. Già prima del cold crash la birra appariva decentemente pulita, tanto è vero che dopo soli 15 gg al freddo ho potuto trasferire tutto in un keg da 9 litri e messo a carbonare forzatamente.
Ma veniamo al risultato finale.
Assaggio
Signori e signori, chi l’avrebbe mai detto…. l’Heritage English Ale è stata una grande scoperta!
La birra appare pulita di un ramato chiaro con un buon cappello di schiuma che svanisce abbastanza velocemente complice anche la bassa carbonazione. Bello (e soddisfatto) del colore: non so quanto abbia realmente influito la bollitura volutamente più vigorosa del solito, ma il tentativo di sfruttare le reazioni di malliard a discapito di un litro in meno di prodotto in fermentatore pare sia riuscito.
Al naso si sente innanzitutto il challenger che con la sua nota terrosa, ma a me ricorda ancor di più il thè, . In seconda battuta, udite udite, quel delicato sentore di vaniglia che per tanto tempo ho cercato. Il legnoso, invece, devi andarlo un pò a cercare (nulla a che vedere con l’invadenza del primo assaggio), ma sebbene nelle retrovie riesci a percepirlo. Il tutto si accompagnato a delicati esteri di frutta tipo dattero.
Al gusto arriva innanzitutto la parte maltata seguita ancora dall’aroma tipico del challenger. Buona la dolcezza residua sebbene una fg leggermente più alta avrebbe contribuito meglio all’idea di birra giovane non perfettamente fermentata che avevo. Nessun calore alcoolico e per fortuna nessuna astringenza nonostante il luppolo fosse residuo di magazzino sottovuoto ormai da un pezzo.
Nel complesso l’ennesima birra da compagnia ben riuscita.

Giudizio finale sull’heritage english ale
Il lievito che era l’unico ingrediente sotto esame in questa cotta ha superato alla grande la prova. Darei al prodotto tranquillamente un 8,5.
Ottima l’attenuazione e altrettanto ottima la flocculazione che non guasta mai quando ti piace vedere un prodotto pulito nel bicchiere senza perdere tempo con lagerizzazioni lunghe. Gli esteri di frutta rossa molto delicati e più di tutti la vaniglia donano alla bevuta quel tocco veramente inglese che da tempo ricercavo. Probabilmente un grado in più di temperatura avrebbe esaltato di più questa sfumatura ed anche il legnoso sarebbe venuto fuori meglio. Ad ogni modo ho appuntato l’evidenza così che possa tornare utile per qualche ricetta più “robusta”.
Naturalemtne la prima cosa cui ho pensato è stata quella di fare subito il carico di lievito per riprovarlo con una bitter, con una mild (scura) e perchè no pure con una porter. Peccato però che una volta sul sito di mr malt ho trovato il pulsante “aggiungi al carrello” disabilitato e il messaggio “prodotto NON disponibile” in evidenza.
PANICO! Fortuna ho scritto al venditore che nel giro di una giornata mi ha rassicurato sul fatto che a breve tornerà possibile ordinarlo.
Consigliato!
