E’ passato da un pezzo il tempo in cui la comunità degli homebrewers faceva a gara a chi ce l’aveva più grossa… L’EFFICIENZA intendo.

75%… 82%, io invece 82,5%. C’era anche chi proclamava il 100% senza sapere che però era il 100% del 75%…

Un pò con questa cosa c’ho combattuto anche io, benché, da amante dei numeri, possa dire di averla affrontata sempre costruttivamente. Credo in effetti di aver capito da subito (anche prima dell’importanza di stilare una ricetta secondo uno stile ben definito) due cose:

  1. calcolarla non serve per partecipare ad un contest, ma solo a valutare il tuo processo produttivo;
  2. essendo un rapporto bisogna interrogarsi sul numeratore e sul denominatore per capire il perchè di un certo risultato.

Non calcolo da anni l’efficienza di impianto limitandomi ormai solo a misurare Og e litri pre-boil (questi si che ti dicono molto!.) Anche in questi casi, poi, il mio livello di preoccupazione passa in modalità “allarm” solo nel momento in cui mi trovo con valori parecchio distanti dal previsto e solo quando il risultato appaia incorreggibile con attività che in bollitura possano sistemare il tutto.

Sempre per continuare a parlar male dell’efficienza di impianto aggiungo che pretendere di averla costante forse è addirittura inutile. Se oggi brassi una kolsch e domani una ipa inevitabilmente non avrai le stesse perdite e di conseguenza le efficienze saranno completamente diverse.

Più che di efficienza di impianto quindi bisognerebbe parlare di efficienza di mash e al massimo di efficienza di ricetta o “di stile”. Fino a quando la prima sarà costante e comunque in range idonei a permettere la sistemazione del tutto con modifiche alle gittate e/o alla potenza della bollitura il problema non sussiste.

Ma nonostante tutte queste mie consolidate convinzioni (ne ho già parlato qui) , quella delle perdite finali è e sarà per me sempre una fissazione ed è questa la ragione per cui ad ogni cotta tendo ad usare il più possibile luppoli da amaro ad alta concentrazione di alfa acidi senza guardarne l’origine e “l’attinenza allo stile”: meno luppolo, meno perdite! L’amaro è sempre amaro e nessuno ancora mi ha dimostrato che quello tedesco è meglio di quello americano!

Ma allora perchè non usare luppoli che oltre ad avere un elevato livello di a.a. siano anche classificati da aroma?

Ho fatto perciò delle prove per vedere quanto sia possibile chiudere una cotta con la minor spesa e la massima resa alla ricerca del luppolo perfetto per le cotte da taccagni.

Ho cercato e ho trovato un pò di prodotti che hanno attirato la mia attenzione.

I primo due che ho provato sono l’Aurora e il Lotus e per testarli nulla di meglio di due smash in stile golden ale.

luppolo lotus vs aurora

Caratteristiche

Lotus: origine, america, 17% A.A., offrirebbe eccezionali caratteristiche aromatiche che vantano aromi di arancia e vaniglia seguite da note di uva candita e frutta tropicale. Non c’è che dire, una gran bella descrizione quella fatta dal venditore! Utilizzo: amaro/aroma.

Aurora: origine Slovenia, 9% a.a. con profilo aromatico terroso ed erbaceo. Il gestore del sito evidentemente aveva finito tutte le parole col luppolo di prima. Utilizzo: amaro/aroma. Stili indicati Strong Ale, Pale Ale, Golden Ale, Bitter. Non proprio una bomba quanto ad Alfa Acidi, ma non l’avevo mai usato e mi incuriosiva.

Come detto li ho provati su una smash. Le caratteristiche principali della ricetta sono queste :

abv4% circa
ibu33
bu/gu0,75
single malt, sigle hop
lievito neutro16°-18°

Risultati

Sorvolo sulle descrizioni dettagliate delle birre: belle a vedere come nelle foto, fermentazioni pulite, senza difetti al gusto riconducibili ad errori di produzione.

Per le cotte ho scelto un lievito neutro fatto lavorare, come faccio di solito per questo stile, al limite basso del range di temperature per lasciare spazio ai contributi di malto e luppolo appunto.

La birra col Lotus mi ha deluso. Rispetto al profilo descritto sul sito, non ho sentito l’arancia a differenza invece della vaniglia predominante rispetto ad un tropicale in secondo piano. Non pervenuta nemmeno l’uva candita, forse da ricercare in qualche sfumatura che il mio olfatto non riesce a cogliere di quella vaniglia di prima. La gittata a 15 minuti (limitata a 0,5 gr/l visti gli AA) ha lasciato al gusto gli stessi sentori dell’olfatto al punto da arrivare quasi al limite del dolcione. Mi sarei aspettato, leggendo la descrizione, un pò più di varietà ed equilibrio che forse quei sentori agrumati non pervenuti avrebbero potuto dare. Nel complesso direi bello, ma allo stesso tempo se usato singolarmente “pesante da bere” e non adatto ad uno stile dove l’assenza di un amaro importante riesca a bilanciare la bevuta di un qualcosa che ha fatto riaffiorare in me il ricordo dell’orzata ghiacciata che mi preparava il nonno agli inizi degli anni ’80!

Ho svuotato il fusto ben prima che finisse.

La birra fatta con l’Aurora invece mi è piaciuta molto, molto di più.

Il profilo aromatico è più netto, più definito senza troppi fronzoli. Terroso ed erbaceo come dice la descrizione. Basta. Ben adatto a questo stile dove il suo apporto aromatico si bilancia bene con un amaro non troppo invadente. La sparo: clone perfetto del challenger, idea confermata anche dalle note di thè che ho avvertito in questo bicchiere e che sento quando uso l’inglese per la mia Golden ale “super-collaudata”. Idoneo pertanto a mio avviso per gli stili inglesi nonostante la zona di produzione.

La quadratura dell’aroma è perfetta anche al gusto. Nessun dolcione, birra equilibrata come era lecito attendersi. Al contrario del primo, potrebbe essere davvero usato tranquillamente da solo.

Purtroppo però non risolve il mio problema delle perdite. A ben vedere, infatti, proprio con il Challenger condivide oltre al contributo aromatico, anche il valore degli a.a. (differenze nell’ordine dell’1,5%).

Insomma ho perso un’altra volta.

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